U maccu ri favi e due categorie umane

Anche una zuppa tradizionale può fare riflettere sul senso dell’umanità e così quando ho cucinato “u maccu ri favi” ho pensato a quanto le zuppe mi piacciano “belle maccose” e non “brodose”, che posso proprio dirlo con sincerità, io tifo per il macco (denso, corposo e amalgamato) e non per il brodo (lento, annacquato e galleggiante).  Così pensando e rimuginando sono arrivata ad una conclusione “scientificamente avvalorata” da diverse notizie trovate su  wikipedia e non solo…

macco di fave

E’ possibile dividere l’umanità in maccosi e in brodosi, o per dirla in palermitano in maccusi o in broruosi? continua

A pasta chi vruocculi arriminati

Esiste un cibo all’apparenza innocuo e molto appetitoso che tuttavia contiene in sé delle insidie. E’ uno dei piatti più gustosi e profumati della cucina palermitana, una pasta vegetariana (tranne che non si voglia aromatizzare con una acciuga sott’olio) ma dal gusto inimitabile, speziato, dolce e salato allo stesso tempo, come nella migliore tradizione siculo-araba, dal colore tendente al giallo grazie all’ausilio del prezioso zafferano tanto amato dai palermitani. Insomma tutto si potrebbe dire tranne che in questo splendido piatto di pasta si nasconda qualche particolare difetto.

Fin da piccola mi sono abituata a qualcosa di strano, molto strano: di tanto in tanto ( abbastanza di frequente direi) entrando nei condomini della mia città (quello dove vivono i miei genitori, quello dei miei nonni, zii etc) mi è capitato di percepire un odore (per essere gentili) devastante, infestante, insopportabile, nauseabondo, imparagonabile ad ogni altro fetore, uno di quelli che da tutto sembrerebbe provenire, eccetto che da un cibo, uno di quelli che chiunque direbbe istintivamente: “ che puzza!” o più palermitanamente : “chi fetu”, ma tutti alla fine riconoscono e sopportano perché alla fine si sa che dopotutto produrrà un sapore eccezionale. continua

A pasta chi fasola ‘ncirati

I Palermitani, l’estate, con 40 gradi all’ombra, chissà perché, amano mangiare le zuppe, le minestre e tutti quei cibi “brodosi” che fanno innalzare la temperatura corporea fino all’inverosimile.

Un esempio è la nostra tipica “pasta chi tinniruma”, una verdura molto particolare che altro non è che la foglia della “cocuzza” (zucchina) con la quale si prepara una minestra super bollente.

Un’altra alternativa tipicamente estiva, è “a pasta chi fasuola ‘ncirati”. Si, infatti cosa è più opportuno mangiare con il caldo atroce, il sudore che cola dalla fronte e l’umidità pazzesca? Una bella zuppa di fagioli freschi.

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Simil-tagliatelle ai funghi (cucina discount)

Con questo post inauguro la mia nuova “rubrica”: la mia cucina discount, anche detta (da me) “la cucina povera palermitana del nuovo millennio”, ovvero le mie “creazioni culinarie economiche nel tempo, nella fatica e per la tasca”.

Pensare che quando ho inaugurato il mio primo  blog, io scrivevo le ricette e soprattutto le storie delle ricette, ma spesso a cucinarle era mia madre, perchè non avevo la fotocamera a casa mia ed in più, perchè non mi lanciavo frequentemente nella preparazione dei piatti della tradizione palermitana.

Poi presa dall’amore per il blog mi sono procurata la fotocamera ed ho cominciato a cucinare qualcosa di tipico.

Devo comunque ammettere che giornalmente la mia cucina è improvvisata, non segue le regole tassative della cucina tipica palermitana, ed è frutto di quello che il momento e l’ispirazione mi spingono a preparare. [...] continua

Fare la salsa, un evento dell’estate palermitana.

Questo è il primo articolo sul nuovo Agave Palermo Blog, un benvenuto ai nuovi arrivati ed  ai lettori del vecchio blog!

Fare la salsa di pomodoro a Palermo, non è semplicemente cucinare, ma una vera impresa, una ritualità, un’occasione di riunione di famiglia, e quindi anche di liti tra parenti, un’operazione titanica che si svolge una volta l’anno, perchè se una faticaccia si deve fare, meglio (per noi palermitani) non diluirla nel tempo, ma farla in una sola volta, un po’ come togliersi un dente!

Fino ad una quindicina

di anni fa, “fare la sarsa” era ancora più in uso di oggi, le madri di famiglia mettevano a lavoro tutta la loro banda di figli, nuore, generi e nipoti; sceglievano il luogo più adatto, che solitamente era un garage, un terrazzino, un balcone adibito a cucinino o ancor meglio il classico villino fuori città, e cominciavano ad organizzare tutto l’ambaradan…

Questa operazione avveniva solitamente tra luglio e agosto, quando il pomodoro era maturo al punto giusto (e per saperlo era necessario avere il proprio “parrucciano – putiaro” di fiducia, ovvero un fruttivendolo amico che consigliasse il miglior pomodoro e che evitasse di nascondere sotto i pomodori buoni, quelli “purriti” (acidi o maltrattati).

Insomma l’estate palermitana, vedeva le famiglie, dedicare un giorno l’anno al pomodoro e così durante le giornate calde e assolate, poteva capitare di camminare in giro per la città e la provincia e sentir diffondersi nell’aria quel particolare profumo che emana la salsa di pomodoro quando ribolle, tra il dolce e l’acidulo, un odore particolare che regala immagini di famiglia, di donne corpulente, di “pignatoni” (pentoloni) che bollono come fossero ripieni di lava incandescente, di sud, di casa, di antico.

Dicevo che il luogo ideale per la salsa è il villino, dove c’è spazio e ventilazione. Gli attrezzi principali sono il classico “pignatone” o “quararone”  (una grande pentola), la “cucchiara ri ligna” (cucchiaio di legno con manico lungo), “u cuppinu” (un grande mestolo), una “bagnina” (bacinella di plastica) dove lavare i pomodori,

un fornelletto grande,

il passa-pomodoro (i più specializzati hanno quello elettrico),

un tavolone, il grande colapasta,

una quantità infinita di “buttigghi” (bottiglie) di birra possibilmente Forst (che denota l’alto uso di questa bevanda nelle famiglie palermitane),

la mitica macchinetta per tappare le bottiglie (spesso l’unico compito riservato agli uomini è quello di tappare le bottiglie), un’infinita quantità di tappi a corona (chi non possedeva questi tappi usava quelli di plastica cosparsi di olio), una coperta di lana anche detta “a manta”.  continua

Gli anelletti al forno, un timballo per ogni festa e svago!

A Palermo durante i giorni di Festa c’è un piatto che non può mancare. E’ un piatto che non ha stagione, può andar bene sia a Ferragosto che a Natale, un piatto che non ha differenze sociali, che non dispiace mai a nessuno, un piatto che ha delle sue regole fisse da seguire (come spesso capita nelle ricette tradizionali) ma che al contempo lascia libertà alla fantasia, un piatto antico e moderno, senza tempo ma con un ben preciso spazio: la città di Palermo. [...] continua