Arte e impegno a Cinisi

Volevo farvi conoscere una  mostra di pittura dedicata a Peppino Impastato che in questi giorni si tiene a Cinisi (per la precisione fino al 12 Maggio).

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Siamo andati a vederla ieri ed è stata una bella esperienza, sia per gli occhi che per il cuore. Un viaggio emotivo nella Sicilia, anzi nelle Sicilie, nelle sue molteplici identità e sfaccettature, dal male più profondo e radicato al positivo che sta nella cultura che è emersa storicamente da questa terra.

Siamo capitati in questa mostra senza sapere che quello fosse il giorno dell’inaugurazione. Aspettavamo l’apertura dello splendido Palazzo dei Benedettini, monumento che io amo moltissimo, seduti su una panchina della piazza, quando un vecchietto con la coppola sulla testa ed il bastone, seduto poco distante da noi, quasi fosse un veggente, ci ha chiamati facendo un cenno con la mano e sempre silenziosamente, con il linguaggio gestuale tipico dei siciliani, ci ha fatto capire che la porta laterale del palazzo era stata appena aperta, mi domando, ma come avrà fatto a capire che dovevamo andare lì? Misteri siciliani.

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Il pittore, Pino Manzella, persona gentilissima e cortese, è stato uno degli amici e compagni di Peppino. La sua pittura ha come filo conduttore un’antimafia che non ha bisogno di etichette o di retorica, ma anche la storia, è come un viaggio nel passato sia nei contenuti che nella forma, visto che i fogli di carta usata per i dipinti, sono pagine antiche, vecchi documenti del passato, un giornale del 1947.  La Sicilia è anche la storia delle sue vittime (dei morti e dei sopravvissuti)  che parte dalla dolorosa riproduzione dei binari insanguinati che ricordano la morte di Peppino,

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la storia della lotta (Portella della Ginestra) ma anche dei suoi intellettuali, di chi l’ha fatta grande con la cultura dandole una speranza e la possibilità di un cambiamento, così i bellissimi ritratti di Consolo,  Vittorini, Brancati, Sciascia, Guttuso, Camilleri, Tornatore etc.  La Sicilia è anche ironia, espressioni dialettali, metafore. Tutto molto significativo, edificante e commovente.

Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare l’interessante introduzione dello storico Giuseppe Casarrubbea  e dello stesso pittore e di gustarci questo momento di impegno e di arte.

Una pausa pranzo in stile palermitano a base di frittatine al forno

Questo post nasce per partecipare al contest del blog Pasticci & Passticcini di Mimma, che è dedicato a quei cibi consigliabili per la pausa pranzo, quindi veloci da preparare, facilmente trasportabili, genuini, non troppo pesanti e gustosi.

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In questo post come ho scritto sopra, parleremo di pausa pranzo e soprattutto del pasto consumato fuori casa, quando si è sul luogo di lavoro e per il poco tempo a disposizione non si ha la possibilità di ritornare a casa o di usufruire di una mensa.

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Palermo, potrebbe essere definita la patria della pausa pranzo, è pienissima di bar, pasticcerie, rosticcerie, focaccerie, forni, motoapi (dove si produce e vende cibo), etc, dove  poter trovare  la più grande varietà e quantità di cibi da consumare velocemente e magari anche  all’aperto (visto il clima benefico), ma soprattutto pagando dei costi davvero esigui. continua

Le Scacce modicane preparate da una palermitana

Scaccia

Nascere a Modica sicuramente mi sarebbe piaciuto: come non amare una cittadina barocca, storica, una vera gemma della Sicilia, patria del cioccolato, del biancomangiare, delle scacce, delle impanatigghe ed in più, ricca di tornanti e con una lunga scalinata nella quale smaltire i chili presi mangiando tutto ciò precedentemente elencato? continua

Il mio Biancomangiare

C’è un dolce siciliano di cui ho sempre conosciuto il nome, ma che non avevo mai mangiato, o almeno così credevo.

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Il dolce in questione è il Biancomangiare, che come scriveva Pitrè ne  “La vita in Palermo cento e più anni fa”  era uno di quei dolci che nel ‘700 a Palermo venivano preparati dalle mani delle monache di clausura, in questo caso quelle del Monastero di Santa Caterina  “Ciascun monastero aveva un piatto, un manicaretto, ch’era come il suo distintivo, ma anche il dolce speciale solito a farsi nel monastero medesimo…come nessuno sapeva fare la cucuzzata (zucca condita) e il bianco mangiare (specie di gelatina di crema di pollo) di S.Caterina”  . Questo dolce è anche  rinomato perché citato nel Gattopardo, quando Don Fabrizio all’ormai celebre ballo, si siede al tavolo per dialogare e contemporaneamente gustare un dolce davvero elegante: “Mentre degustava la raffinata mescolanza di biancomangiare, pistacchio e cannella racchiusa nei dolci che aveva scelti, don Fabrizio conversava con Pallavicino e…” continua

Ragù quaresimale ovvero “ragù chi patati”

Grazie alla raccolta di MelaZenzero, dedicata alla “Cucina di magro” tipica del periodo della Quaresima, ho scoperto una storia familiare ed una ricetta che non conoscevo.

E’ stato difficile trovare questo episodio nascosto nel cassetto dei ricordi di mia madre, anche perché di primo acchito, nel mio immaginario, il binomio palermitani/digiuno non sussiste ed ancor di più se i palermitani  in questione sono miei familiari, quindi avevo quasi del tutto escluso la possibilità di trovare una ricetta tipica, “leggera” e strettamente legata al periodo quaresimale. continua

Un francesino a Palermo

Il maestro Tanino camminava nella viuzza lastricata del Capo. Era un bel giovane, insegnava in una scuola elementare vicina al vecchio Cassaro e per tornare a casa doveva percorrere la via del Celso e la piazza dove, anni prima, si incontravano i famosi giustizieri della notte, detti “Beati Paoli”, stando molto attento a non scivolare sulle lastre “lippose” per l’acqua che i pescivendoli usavano spruzzare continuamente nelle “balate” di marmo, dove esponevano la propria mercanzia.

Da qualche  giorno, proprio vicino al portone di casa sua, aveva notato un giovanotto molto raffinato ed elegante che passeggiava avanti e indietro. Ci volle poco per capire che quel ragazzo stava lì appostato sperando di vedere la bella Antonia, figlia poco più che adolescente del “putiaro” della piazzetta. [...] continua

9 Maggio in ricordo di Peppino Impastato

Della Sicilia, come di altri luoghi, si può parlare in tanti modi, c’è chi dice che parlando delle cose negative le si fa un torto, le si fa pubblicità negativa, non si promuove il turismo, “il turismo si muove solo per vedere le cose belle”, ma cosa è il turismo? Si tratta di esseri umani che vanno a conoscere un luogo, allora il turismo può diventare più consapevole, perchè un luogo è fatto di tante cose. Chi critica e divulga gli aspetti negativi della propria terra, lo fa con amore, perchè questa diventi migliore.
In Sicilia ci sono tante bellezze, località marittime note per le spiagge e le coste rocciose, piccoli paesi di montagna ricchi di fascino, campagne aride che d’estate sembrano tappeti gialli o marroni posti di proposito a farsi guardare solo dal sole, montagne tanto ricche di vegetazione che non sembra nemmeno di essere in Sicilia , c’è un vulcano, ci sono città ricche di arte e di storia. E poi ci sono posti che sono simboli, luoghi che belli lo sono diventati perchè qualcuno li ha resi tali, riempiendoli di significato e luoghi che magari non erano nè belli nè brutti, ma sono diventati orribili perchè vi si respira tanto dolore. C’è Portella della Ginestra, c’è un tratto di autostrada che va dall’aeroporto a Palermo e fa ancora male percorrerla, ma c’è anche Via Notarbartolo a Palermo col suo albero carico non solo di foglie, ma anche di messaggi di speranza, e c’è anche Cinisi. A Cinisi vi si trova una casa piccola, semplice, si chiama “casa memoria” per ricordare una madre e soprattutto un figlio che si chiamava Peppino.

Peppino è stato ucciso il 9 Maggio del 1978 dai mafiosi del suo paese. Durante la sua breve vita ha lottato per rendere migliore la Sicilia, lo ha fatto con la politica, con la cultura, con la satira, tramite la sua radio e schierandosi contro i luoghi comuni. E’ stato denigrato in vita e subito dopo la morte, ma continua a vivere in chi non ha perso la speranza.

Ogni anno il 9 Maggio a Cinisi si ricorda Peppino Impastato.

Joe Petrosino. Gli immigrati italiani negli Usa e gli immigrati in Italia linciati, stessa storia, stesso destino, stessa umanità.

Da qualche giorno ho prenotato il seguito de I Beati Paoli, ovvero Coriolano della Foloresta, mi sto davvero intrigando con questi “incappucciati”, non è che li ami molto, piuttosto potrei dire che mi incuriosiscono perchè rappresentano un’espressione “della cultura” dei palermitani e di una serie di disvalori tipicamente siciliani, come ad esempio l’omertà, che si sono radicati anche a causa di una serie di condizioni storiche e sociali. Oltre tutto mi piace molto scoprire la Palermo sotterranea, una sorta di città segreta, di vicoli misteriosi, sopra i quali ogni giorno senza saperlo, camminiamo.

foto Jan-Luc Moreau
Nell’attesa ho letto la biografia di Joe Petrosino, sempre per rimanere in tema di sicilianità. Ho spesso visto la targa dedicata a Piazza Marina a questo poliziotto italo-americano, che trovò la morte proprio in quella piazza nel lontano 1909, ma sapevo pochissimo della sua storia, se non che fosse stato ucciso da un connubio tra Mafia siciliana e mafia siculo-americana, contro le quali stava indagando e lottando.
foto Jan-Luc Moreau

Ora però non voglio parlare di questo personaggio e della sua vicenda, ma di un aspetto trovato in questo libro, che proprio in questi giorni mi sembra tornare molto presente.

Si descrive infatti la situazione di New York, all’inizio del 1900, dove gli italiani immigrati erano circa mezzo milione, un quarto della popolazione della città, insomma davvero tanti. Erano ovviamente i più poveri e disperati ad emigrare, insomma la maggior parte di loro non erano certo i “cervelli in fuga” di cui si parla oggi, ma persone in cerca di fortuna e di un futuro migliore, ed in ogni nostra famiglia ognuno avrà un così detto “zio d’America” di cui forse si sono perse le notizie e da cui magari si spera di ottenere un giorno una cospicua ed imprevista eredità. Qui a Palermo, si usava dire che questi lontani parenti si fossero arricchiti, “possibilmente aprendo una pizzeria a broccolino (Brooklyn)” e che mandassero nella terra natia i “scutuluna” (soldi), ma nella maggior parte dei casi queste erano solo leggende, perchè spesso la vita per loro era molto dura, altro che l’eredità dello zio d’america…

Insomma gli immigrati italiani erano richiesti solo perchè considerati “braccia a buon mercato” per le nuove industrie statunitensi, ma non erano molto amati ed apprezzati. Vivevano in ghetti, in palazzi abbandonati di legno, in più famiglie in una sola casa, parlavano male o per niente la lingua inglese, erano emarginati ed era così facile che fossero arruolati o sfruttati dalla delinquenza, e i proprietari delle case in cui vivevano si arricchivano a loro discapito. Erano considerati un po’ fanatici perchè nei loro quartieri ogni giorno c’era una processione diversa o la festa di un santo patrono e tante strane ritualità (immagino le abbanniate tipicamente sicule che effetto dovevano fare nei cittadini del luogo), ma per consolarsi spesso ci si rifugia nella religione e nelle proprie tradizioni.

Foto Judy Witts
Abituati un po’ male già in Italia, i loro quartieri erano pieni di cumuli di immondizia giganti (peggio di quelli di Napoli o Palermo di oggi), sporcizia che le donne di casa gettavano dal balcone, questa particolare abitudine, mi raccontano i miei nonni, era presente anche a Palermo ai loro tempi, dove ad esempio “u cumuni” o “u cantaru” (una sorta di water) si svuotava direttamente dalla finestra, una bella doccia per i passanti e un buon profumo per i buongustai…

Insomma ben presto questi nostri avi italiani furono considerati brutti, scuri, di razza incerta, rissosi, sporchi e delinquenti, insomma dei nemici da temere e da scacciare, la frase tipica usata per loro doveva essere :“tornino al loro paese” e ad esempio a New Orleans questi immigrati italiani dovettero subire una serie di linciaggi da parte dei cittadini del luogo, una vera caccia all’immigrato italiano, dove molti nostri connazionali persero la vita, e “nel mucchio”, non furono colpiti solo i delinquenti (e ce n’erano perchè i nostri compaesani importarono negli USA la criminalità organizzata), ma molte brave persone che avevano come unica colpa quella di essere italiani, immigrati, poveri e sfruttati.

La storia è come un ciclo che si ripete sempre, adesso i luoghi sono cambiati e i ruoli si sono ribaltati, ora qui vengono linciati gli immigrati, si è dimenticato come è brutto essere poveri e disperati, cercare un futuro migliore in un mondo lontano, lasciare i propri cari e trovare altra povertà, ghetti, emarginazione, sfruttamento, disprezzo, incomprensione. Certo chi emigra magari provoca sconvolgimento nel luogo di approdo, perchè ha abitudini e religioni diverse, perchè si tratta di persone in difficoltà economiche e quindi esposte a tutto, ma è pure vero che bisogna fare i conti e anche farsi carico di un mondo che per gran parte e senza colpe è povero, sfruttato e colpito da guerre, questo vuol dire essere umani, nel passato come nel presente. Il mondo è di tutti gli esseri umani, si deve trovare il modo per saper convivere, perchè chissà un giorno anche noi o i nostri figli potremmo trovarci di nuovo nella situazione opposta, e perchè c’è sempre qualcuno che sta più a sud e qualcuno che sta più a nord, qualcuno che ci considererà migliori o peggiori, qualcuno più forte e qualcuno più debole.

Palermo, 1 Maggio 2005
E se alcuni italiani, e spesso siciliani, in America di tanti anni fa erano grandi delinquenti, c’erano tante persone per bene che hanno aiutato quel paese ad emergere, e c’erano anche i Joe Petrosino pronti a morire per la giustizia e la libertà.

Secondo me, non ce ne accorgiamo, ma tra noi abbiamo tanta gente proveniente da diversi luoghi, che sono persone per bene che oggi alzano la testa contro i delinquenti e sfruttatori, qualche eroe, tanta gente normale, e si, anche dei delinquenti, ma quelli non mancano mai, non hanno distinzione etnica, di colore o cittadinanza, fanno solo parte del brutto che purtroppo c’è nell’umanità.